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Introduzione

Le stagioni sono un’occasione straordinaria per la natura di portare cambiamento e rinnovamento. Con le stagioni cambiano i colori, i paesaggi, i suoni, la temperatura, le azioni, i movimenti della Terra, i vestiti, le mete dei viaggi, il cibo, i metodi di cottura e anche le ricette erboristiche.

Per quanto riguarda l’Osteopatia, viene calibrato il processo diagnostico e terapeutico, modulata l’intensità e la modalità di trattamento, perché a ogni stagione corrispondono una particolare reazione e sintomatologia, e una specifica capacità di far fronte alla problematica che si sta attraversando.  

In primavera e in l’estate si produce rispettivamente un moto di inizio e di realizzazione. Durante questo lasso di tempo la vita riprende movimento con rinnovato slancio, dalla profondità dell’inverno esce all’esterno e si manifesta con i rami che fioriscono e le mani che realizzano progetti e sogni. La vita si esalta ed esplode con i frutti, la passione, i desideri, gli odori e i colori che attivano percezioni e relazioni.

Ci sono invece stagioni, come l’autunno e l’inverno, che rappresentano il momento di rientrare all’interno. L’essere umano rientra nella propria casa, gli animali nei nascondigli, l’essenza nella profondità delle radici. È il momento del riposo, della rigenerazione, della ricarica e della protezione dal freddo pungente. La luce si affievolisce e lentamente si spenge, fin quando, al mattino, con il sole, che è il motore dell’esistenza, tutto riprende e si risveglia di nuovo.  

Tuttavia, le stagioni sono anche quelle della vita, delle cadenze dell’anno, dei giorni, della crescita e dello sviluppo di un bambino, di un progetto, di una comunità, di un albero. Tutti elementi che posseggono, in maniera innata, forza che espande e realizza ma anche che contiene e riduce, che inverte il processo accompagnandolo fino alla fine, fino all’appassimento e alla caduta delle foglie in autunno.

Questo meccanismo continuo e perpetuo si alimenta in maniera naturale e si rinnova, senza sosta, mantenendo ritmo e costanza: gli animali e le piante nel bosco, i fiumi, il mare e ogni sua creatura, l’essere umano dal punto di vista fisico e psico-emotivo. Vento, calore, umidità, secchezza, freddo che troviamo in natura diventano internamente emozioni come rabbia, passione, tristezza e paura che si intrecciano e si alternano, secondo l’idea di fondo di mantenere la vita che per esistere ha bisogno di rinnovarsi. Il rinnovamento è una condizione nuova che produce miglioramento. La vita cresce e progredisce nella trasformazione di sé stessa, passando attraverso sé stessa.

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Attraversare è un verbo che porta un contenuto semantico denso: vuol dire percorrere la strada da un lato all’altro, passare da una sponda del fiume a quella opposta, superare le difficoltà del bosco, da sempre usato come metafora di trasformazione personale nella vita, con gli ostacoli e i pericoli che contiene.

Ma se la vita possiede già in sé il germoglio di questo progetto, depositato e custodito nel proprio DNA dal momento della fecondazione, e che permette di generarlo e svilupparlo in maniera autonoma, quale altro compito può rivestire un terapeuta di fronte a questo disegno se non quello di nutrire, permettere, assicurare e proteggere?

Più volte mi sono soffermato e interrogato su quale potesse essere il mio ruolo come Osteopata e quale conoscenza in più potessi realmente avere acquisito attraverso lo studio e la pratica rispetto a quella che la natura già possiede per potermi arrogare il diritto di interferire, controllare o addirittura modificare questo sistema che da un tempo indefinito va avanti da solo.

Non so se la risposta che mi sono dato sia quella giusta e definitiva ma, in questi anni, ho sviluppato una modalità terapeutica che definirei non interventista perché, credendo nella tesi che la natura possiede le risorse necessarie per far fronte agli ostacoli e ai problemi che incontra, sia dentro che fuori di sé, mi limito in definitiva a cercare di creare le condizioni che possano permettere questo movimento riprendendo, come ripeteva fra l’altro il fondatore dell’Osteopatia, il dottor Adrew Taylor Still, l’assunto “levate tutti gli ostacoli e poi la natura farà gentilmente il resto”.

Le parole del dottor Still richiamano una conoscenza profonda, non solo del funzionamento del corpo umano ma anche di tutte quelle leggi che sottostanno allo svolgimento della vita. Leggendo questa frase risuona il concetto secondo il quale la natura sa, la natura conosce la strada e possiede le risorse per percorrerla. Gli ostacoli che l’Osteopata dovrebbe rimuovere, attraverso l’esercizio della propria scienza, sono tutti quegli elementi fisici, psichici, emozionali, sociali e ambientali che interferiscono ostacolando, frenando o addirittura bloccando, il funzionamento dell’organismo. Fra questi possiamo includere postumi di traumi del corpo o ferite emozionali, che possono lasciare cicatrici, visibili o invisibili, o conflitti aperti, che nel tempo, se non risolti, rimasti in latenza, come si fa con la polvere sotto il tappeto, producono uno spreco incessante di energia. Secondo gli insegnamenti di questa scienza, riassunti sapientemente nel motto enunciato, se l’osteopata individua e risolve, non la problematica, ma la radice che l’ha generata, il corpo “riparte” e riprende il movimento, proprio come fa un treno che riprende vigore e velocità dopo che è stato rimosso l’ostacolo dalle rotaie o il freno che impediva alle ruote di girare.

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Questa modalità che applico è il risultato di un percorso attraverso il quale ho cercato in questi anni, prima ancora di cambiare il terapeuta, di trasformare l’uomo che è entrato in contatto con questo sapere e che ha impiegato anni a comprendere quanto fosse importante per lo sviluppo di entrambe le parti, togliersi il camice bianco di dosso e l’idea, spesso presuntuosa, che si cela dietro a questo simbolo alimentato, il più delle volte, solo dalla ricerca del potere personale.

No, non è possibile scindere le due parti, l’uomo e il terapeuta, il corpo e la mente, proprio come non è possibile scindere le due metà di una mela se non con una frattura netta, un taglio netto, che interrompe però la comunicazione, requisito essenziale per lo scambio tra gli elementi che compongono il nostro organismo e quelli che regolano la natura che ci nutre.

Mi sento quindi di concludere dicendo che l’Osteopata, secondo la mia interpretazione personale, ha il compito di permettere, sorreggere e proteggere il movimento stagionale e tutto quello che rappresenta e simboleggia: lo sviluppo embrionale, le fasi di crescita dalla nascita fino all’età adulta, la circolazione delle acque e dei liquidi, del sangue, delle informazioni, il mantenimento della pervietà  delle vie del trasporto, che stabiliscono e assicurano il nutrimento di organi e tessuti, la mobilità articolare, muscolare, fasciale e nervosa, la capacità interattiva e relazionale. Mantenere la fluidità della vita permette che questa possa proseguire la sua strada. È un compito di vigilanza, di ricerca costante dell’equilibrio e per il quale, a mio avviso, serve sempre di più, oltre al soccorso e al pronto intervento, coscienza e cultura. Sì, perché la cultura è un bene primario, come il cibo e l’acqua, crea indipendenza e salvaguardia, riscalda e predispone all’incontro, alla circolarità ed è, come scrive il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer “l’unico bene che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande”.

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