Dolore è qualunque sensazione soggettiva di sofferenza. In senso fisico si riferisce a un male corporale, in senso figurato invece indica sofferenza morale, spirituale che altro non sono che sinonimi di pena e angoscia.
Il dolore ha una parte neurologica e una parte sensoriale. La prima esprime la possibilità attraverso i nocicettori – neuroni sensoriali in grado di percepire vari tipi di stimoli pericolosi come meccanici, chimici, termici – di segnalare un reale o potenziale danno, attraverso la sensazione dolorosa, e metter quindi in atto, il più rapidamente possibile, tutta una serie di strategie. La seconda è invece responsabile della valutazione e dell’interpretazione soggettiva dell’impulso algogeno. L’esperienza del dolore è determinata dalla dimensione affettiva e cognitiva, dalle esperienze passate, dalla struttura fisica, psichica, emozionale e da fattori socio-culturali. Nel libro Antropologia del dolore David Le Breton, a proposito di dolore e percezione personale del dolore scrive, “a seconda della loro storia personale e delle rispettive condizioni sociali e culturali, gli uomini reagiscono in maniera diversa ad una stessa ferita o un identico disturbo. La loro soglia di tollerabilità non è la medesima. L’atteggiamento nei confronti del dolore non è mai fisso, probabile ma non certo (…) l’anatomia e la fisiologia non bastano a spiegare queste variazioni sociali, culturali, personali e contestuali. La relazione intima con il dolore dipende dal significato che esso riveste nel momento in cui tocca l’individuo”.
Il dolore riveste principalmente due ruoli, uno di difesa e uno di educazione.
Il ruolo di difesa lo espleta all’interno del corpo segnalando problematiche nel funzionamento dell’organismo, come disordine nelle viscere, negli organi, nei tessuti, delle articolazioni e, all’esterno, difendendo da aggressioni fisiche o psichiche, avvisando dell’immediato o probabile pericolo derivante, per esempio, da un trauma fisico come il fuoco, il freddo estremo, la compressione di un arto, oppure un trauma emozionale. In quest’ultimo caso il dolore, fisico o psichico, permette di spostarsi, di liberarsi, divincolarsi da una situazione, da un’aggressione. Il dolore, in generale, avvisa di una problematica che necessita attenzione e cura, è un meccanismo che il corpo mette in atto ogni volta che si scopre in una situazione rischiosa.
Il ruolo di educazione viene espletato nel momento in cui, attraverso il dolore, l’essere vivente metabolizza e interiorizza l’esperienza e apporta cambiamenti nella propria vita per evitare o far fronte a un pericolo o far in modo che non si riproduca.
Il dolore, e il suo grado di intensità, che può variare in relazione a una moltitudine di fattori, è in grado di attivare, a differenti livelli, il sistema nervoso, generando, per esempio, stati di ansia ed eccitazione o depressione, a seconda che si attivi il sistema nervoso simpatico o parasimpatico; e come risposta fisica un ipertono tissutale, ovvero una esagerazione del tono dei tessuti, compreso lo stesso tessuto nervoso. Questa ipertonia tissutale può dare origine ad una variazione della funzione, fisica e psichica, suscitando un aumento oppure una diminuzione funzionale. Una postura, del corpo o della mente, che viva in questa condizione può mostrare atteggiamenti e comportamenti risoluti -nell’eccessiva ipertonia talvolta assoluti- e quindi, in una condizione in cui si evidenzia una emergenza, vantaggiosi. L’ipertono è una opportunità che l’organismo concede a sostegno di una data situazione per la quale si rende necessaria un’azione tempestiva. Variando il tono tissutale, quindi la tensione del sistema nervoso, dei muscoli, dei tendini e delle fasce, diminuisce la mobilità e, nella diminuzione della mobilità, lo schema posturale si chiude, con la conseguenza di un decremento della capacità adattativa, discorsiva, relazionale, ma, in contrapposizione, un incremento della prontezza per operare scelte estreme, immediate, senza pensarci su. Nell’urgenza il complesso mente-corpo mette in atto spontaneamente uno schema per la sopravvivenza, attraverso l’attacco e la difesa, oppure la fuga. Possiamo notare infatti come nei momenti di pericolo, di panico o terrore, si perda flessibilità e armonia e si instaurino atteggiamenti, con sè stessi e gli altri, rigidi e gelidi, nel senso di senza emozioni. Capita talvolta che nelle emergenze possa manifestarsi una perdita dell’Intelligenza emotiva, considerata come la capacità di un individuo di riconoscere, discriminare, identificare e gestire, in modo appropriato, le proprie emozioni e quelle degli altri. Si chiama, infatti, empatia la capacità di comprendere o sentire, rispettando volere e bisogni, ciò che interiormente stiamo vivendo o sta vivendo l’altra persona.


