Uno degli aspetti che amo affrontare e approfondire, nell’ambito dell’arte terapeutica che pratico come osteopata, è la diversa lettura e interpretazione che si fa del dolore, rispetto a quello che avviene solitamente nella medicina ufficiale. Parlo di medicina ufficiale e non di medicina tradizionale, perché quest’ultima in realtà è l’insieme delle pratiche mediche e paramediche precedenti all’avvento della medicina industriale, e che trova origine e spunto dalla tradizione dei popoli, mentre la medicina ufficiale, o industriale, si è gradualmente discostata da ogni aspetto culturale e filosofico.
L’avvento del servizio sanitario, pubblico e privato, i grandi investimenti nella farmacologia, nella chirurgia, negli strumenti diagnostici e di intervento hanno contribuito sicuramente a elaborare metodologie più mirate e precise ma, al tempo stesso, hanno determinato la fine della trasmissione di molte tradizioni mediche praticate da migliaia di anni, come per esempio la medicina cinese, indiana, quella mediterranea e non da ultimo, le medicine popolari o familiari. Progressivamente si è smesso di considerarle importanti ed efficaci, tralasciando quelle pratiche quotidiane che raccomandavano l’attenzione al corpo e alla mente, come le abluzioni, gli impacchi, gli impiastri, i digiuni, la contemplazione e l’introspezione. La particolarità delle pratiche mediche tradizionali è che, a differenza della medicina scientifica, avevano, e hanno tutt’ora, un forte legame con la dimensione spirituale e comunitaria. Non è mia intenzione certo entrare qui nel merito della spiritualità ma approfondire gli aspetti morale ed esistenziale, perché credo che l’esistenza, e quindi anche la condizione della salute fisica, psichica, energetica ed emozionale di un essere umano, siano influenzate, da ogni aspetto vissuto come la realizzazione professionale (e tutto il percorso personale compiuto per arrivarci, fatto di sforzi, difficoltà e rinunce), la crescita individuale, le dinamiche di coppia, il regime alimentare scelto, la casa che si è comprato o affittato, l’attività fisica, se soprattutto si riesce a praticarla, il percorso di crescita spirituale, l’orientamento ideologico, religioso, le difficoltà, le passioni, i vizi, le virtù e gli aspetti ereditari.
Ritornando alla distinzione tra medicina tradizionale e medicina moderna, non voglio screditare l’una per onorare l’altra, ma vorrei evidenziare la differente interpretazione e comprensione della realtà e quindi del dolore. Credo fermamente che la cosa migliore sarebbe la conciliazione delle due.
La differenza sostanziale, nell’ambito del dolore, tra la medicina scientifica e quella tradizionale è che mentre la prima si concentra principalmente sulla rimozione dello stato doloroso, qualunque esso sia, investigando attraverso esami di laboratorio, esami strumentali, quali l’emocromo, la tac, la radiografia, la risonanza magnetica e valutando funzionalità e metabolismo dei vati apparati, estrapolandolo però dal contesto socio-culturale-personale nel quale è inserito, come fosse un elemento a se stante, la medicina tradizionale, oltre che avvalersi della collaborazione di specialisti nei vari settori medici e paramedici, e chiaramente a utilizzare gli stessi esami, più altri come l’esame della lingua, dei polsi, la palpazione dell’addome, la narrazione particolareggiata della storia individuale, soffermandosi ad analizzare, eventi, accadimenti, fasi evolutive, stile di vita, relazioni, desideri, paure e molto altro, contestualizza la problematica nella vita del soggetto. Essa si concentra sulla possibilità evolutiva che il dolore presenta, in quanto portatore di elementi di riflessione, di cambiamento, come la possibilità o meno di stravolgere, modificare, integrare atteggiamenti, pensieri, azioni attitudini e abitudini. Elementi che, in relazione alla gravità o l’intensità dello stato doloroso e al disagio che provocano, possono rivestire un ruolo di primaria importanza sia nella comprensione che nella gestione e nella risoluzione del dolore.


