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Elementi di un sodalizio

Scrivere questo articolo ha richiesto un’accurata ricerca e un processo di metamorfosi personale considerevole, perché descrivere in maniera franca parte del mio lavoro come terapeuta non è stato semplice. Richiede impegno, dedizione ma anche autoanalisi e riflessione su quanto riesco a mettere di me stesso nel ruolo che esercito, perché penso sia questo a fare la differenza: come sono, le parole che uso, i gesti che compio, i silenzi, gli sguardi, tutto contribuisce in maniera importante al processo che si instaura tra paziente e terapeuta.

Così come tutto quello che il terapeuta compie durante la seduta è elemento terapeutico, allo stesso modo tutto ciò che il paziente mostra, racconta e porta di sé, può essere considerato elemento per la diagnosi.

L’incontro è laborioso, perché necessita di applicazione e impegno, perché trasforma e permette di progredire.

Per creare il giusto spazio occorre generare un’area e un tempo di disponibilità dentro e fuori di sé, tra i pensieri, le emozioni, le credenze, le tensioni e contrazioni dei tessuti come fasce, muscoli, tendini perché lo spazio genera e permette movimento e, quindi, vita e, per realizzare questo nuovo spazio, è necessario prendere coscienza, lasciare andare o integrare parti di sè, sia che si tratti della componente fisica che di quella psico-emozionale.

Personalmente, per riuscire in questo, ho bisogno di vivere, più spesso possibile, momenti distesi e distensivi che permettano di realizzare uno stato fisico e psico-emozionale di rilassamento senza preoccupazioni, ansie, nervosismo e aspettative.

In merito a questo introduco uno dei principi cardini dell’Osteopatia, ovvero che la struttura governa la funzione: la forma di tutti gli organi, visceri e tessuti definisce come questi dovrebbero muoversi e se sono incapaci di muoversi correttamente per contrazioni, blocchi, rigidità e contrarietà, la loro funzione è modificata.

Molti sono stati i miei tentativi per trovare una dimensione ideale personale da riportare al paziente, per infondere, anche solo con la presenza, uno stato d’animo con spirito vitale e gioioso, anche se nel tempo l’idea e il concetto di ideale è sfumato, cambiato e credo che potrebbe essere oggetto di profonda riflessione.

Alcune delle abitudini e delle attitudini che mi permettono di far emergere questo stato d’animo, sono le passeggiate solitarie in silenzio nel bosco, i lunghi giri in bicicletta in campagna, la lettura, il teatro, i momenti in famiglia, la convivialità, l’audacia, la profonda leggerezza, l’ozio e un intenso esercizio fisico. Queste se compiute e vissute con un atteggiamento introspettivo, potrei arrivare a definirlo meditativo, provocano all’inizio un deflusso delle tossine fisiche e mentali (per esempio attraverso il sudore o il rimuginare compulsivo dei pensieri negativi) e poi, grazie al nuovo spazio che si crea, fanno apparire chiarezza e spontaneità, permettendo il movimento delle componenti fisica, psico-emozionale ed energetica.

Il movimento in questo caso può essere tradotto come ripristino di un’equilibrata mobilità e funzionalità di tutto l’organismo.  Ho già accennato nell’articolo C’è bisogno di spazio, pubblicato all’interno del mio libro Verso il cambiamento, all’importanza dello spazio fisico e psichico per avere un respiro più ampio, una mobilità maggiore dei tessuti del corpo, per migliorarne l’ossigenazione e il nutrimento, che permettono il rinnovamento.

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Per la medicina Osteopatica corpo, mente e spirito risultano congiunti e quindi liberare e alleggerire uno significa liberare e alleggerire l’altro. Instaurare un movimento di liberazione nella componente fisica equivale a creare spazio mentale e dipanare il groviglio delle emozioni e alleggerire lo spirito produce benessere in tutto il corpo.

Andare verso la guarigione non è poi così diverso dallo sviluppo di un processo creativo. Entrambi richiedono riflessione, intuizione, cura, azione. Uno degli elementi determinanti che influisce su questi aspetti e che ho potuto evidenziare e constatare, in questi anni di ricerca e lavoro, dove l’elemento creativo è stato sempre presente, è la qualità della relazione che si riesce a instaurare con sé stessi e con il terapeuta. Instaurare una buona relazione con sé permette di potersi accordare con più facilità e sincerità con il terapeuta, e di conseguenza favorire il percorso terapeutico, ma anche attivare la creatività, e quindi anche la guarigione. Ed è proprio questo concetto espresso che consente l’avviarsi, perché più vicini e più in profondità, con atteggiamento onesto, riusciamo a entrare in quello che siamo e viviamo, più saremo in grado di riconoscere in maniera sincera bisogni e desideri che, alla fin fine, sono fondamentali per l’auto determinazione, ovvero per l’espressione deliberata della propria volontà, che prende parte alla costituzione di uno stato di felicità. E quando si è soddisfatti di sé, creativi, felici, gli occhi si illuminano, i diaframmi e il cuore si aprono, i tessuti si distendono, le viscere riprendono il loro accordo e l’energia circola.

La felicità trasforma i pensieri e il corpo, irradia di luce e serenità, e i suoi effetti, come anche quelli dell’autodeterminazione e della realizzazione creativa della propria vita, permeano il campo vitale che, nella terapia vibrazionale, ovvero in Medicina Quantistica, viene considerato come l’emanazione di un campo elettromagnetico, di energia vitale, prodotto dalla vibrazione delle cellule, organi e sistemi di tutto il corpo.

Tutti i processi vitali sono regolati da oscillazioni elettromagnetiche e questi sono influenzate dalla nostra condizione emozionale, psichica, energetica, fisica, sociale. Per questo, oltre che cercare con tutte le proprie forze di risolvere un problema, concetto valido sia per il terapeuta che per il paziente, occorre anche comprensione, affinché il concetto di star bene possa essere esteso, in quanto la salute non è da considerarsi unicamente assenza di malattia.

Non si può, a mio avviso, sperare di portare salute nel singolo se, nello stesso momento, non creiamo salute nell’ambiente -famiglia, comunità, società, paese, nazione- nel quale questo vive. Le oscillazioni elettromagnetiche e il campo vitale non sono circoscritte al soggetto paziente o terapeuta, ma si estendono e si espandono al mondo intero. Come esiste una connessione fisica, psico-emozionale, energetica tra ogni singola parte che compone l’organismo dell’essere umano così esiste la stessa relazione tra ogni essere vivente che vive in questo universo.

Ogni volta che paziente e terapeuta si incontrano nasce un sodalizio, una comunanza di vita, all’interno del quale lo scambio reciproco diventa il nutriente fondamentale. Scambio che si alimenta grazie alla operosità e alla fiducia reciproca. Non vi sono, secondo questa chiave interpretativa, un attore e uno spettatore determinati, ma due componenti che, in egual misura, definiscono l’incontro.

La relazione tra terapeuta e paziente è una reazione chimica dove sostanze diverse interagiscono tra di loro per dare vita a una nuova soluzione e di questa ne giovano sia l’uno che l’altro.

Affinché i reagenti possano interagire liberamente, e in maniera armoniosa tra loro, bisogna che entrambi siano liberi e desiderosi di interagire, consapevoli dell’importanza che rivestono e disposti a confrontarsi abbattendo il muro dei ruoli, che pone un confine insormontabile e lascia il terapeuta trincerato dietro la sua scrivania con il camice bianco, quasi avesse ruolo divinatorio e il paziente smarrito e tremante dall’altro lato in attesa di un verdetto che, fra l’altro, a seconda di come viene espresso, può determinare l’intero processo.

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Per quanto riguarda il terapeuta, una delle sue caratteristiche principali dev’essere, a mio avviso, l’autenticità, ovvero libero da barriere mentali, convinzioni assolute e vincoli, come pressioni politiche o aspettative economiche, perché l’autenticità vibra e risuona a livello fisico, psico-emozionale ed energetico.

Dovrebbe possedere, o almeno cercare, una profonda leggerezza unita a una sostanziale e sacra autoironia, ingrediente fondamentale per vincere la seriosità che spesso viene confusa con serietà. E poi conoscenza, umanità, disponibilità, umiltà e, soprattutto, amore smisurato.

Il paziente, come suggerisce l’etimo, è colui che, per disposizione d’animo o strenue volontà affronta disagi e avversità. Bisogna quindi che il paziente pazienti con fiducia nell’intero processo; che sia anch’esso autentico e sappia scrollarsi di dosso, con coraggio e amorevolezza, l’idea, l’atteggiamento e la postura di colui che è stato investito dalla malasorte e compia un passo deciso verso la responsabilità, nel senso che sia disposto a mettere mano alla propria vita, proprio perché così cambierà la visione di questa e, parlando in termini pratici, cambierà atteggiamenti, pensieri, azioni, convinzione e abitudini con se e con gli altri.

Alla domanda “come fare a distinguere un vero maestro” posta da un discepolo a Osho Rajneesh, esso rispose dicendo “un buon maestro è colui che insegna ad essere liberi, anche dal proprio insegnamento”. Il legame tra paziente e terapeuta certo non è lo stesso che sussiste tra maestro e discepolo, però un buon terapeuta lo si riconosce dal fatto che, oltre a cercare di diminuire o risolvere un problema, porta nella vita del paziente elementi di riflessione e trasformazione, conducendolo verso la presa di coscienza e l’indipendenza.

Per certi versi il terapeuta potrebbe anche essere considerato un maestro, se per maestro si intende non colui che è superiore per potere, ma per conoscenza ed elevatezza morale, e può esercitare la funzione non di comandare, ma educare, nel senso di educere, tirare fuori ciò che già sta dentro.

Quanto detto ci permette di introdurre ed evidenziare un altro principio cardine dell’Osteopatia, ovvero che “il corpo è capace di autoregolazione, di autoguarigione e di conservazione della salute” e, come trovate scritto nell’articolo sul mio blog (https://flaviomontelaticiosteopata.it/) , intitolato Autoguarigione, il ruolo del terapeuta non è tanto quello di sostituirsi a questa capacità innata dell’essere umano, quanto di permettere che questa possa svolgere in autonomia il proprio ruolo di risanatrice.

Durante questi anni, prima di approdare all’Osteopatia, ed innamorarmene, ho navigato per molto tempo in altre acque; ho studiato e praticato, in maniera approfondita, la riflessologia, la Medicina Cinese, la naturopatia, il Cranio-Sacrale, la somato-emozionale e, ogni volta, ho avuto modo di adoperare queste conoscenze così da farmi un’idea chiara delle possibilità diagnostiche e terapeutiche intrinseche in ogni disciplina. Con mia grande sorpresa, pur cambiando paradigma, i risultati, all’interno del processo terapeutico, non cambiavano, erano sempre sorprendenti. A cambiare ero io, sempre meno Io, perché ogni volta che mi aprivo a un’altra possibilità, qualcosa dentro di me si schiudeva, strato dopo strato, se ne andava la presunzione e la relazione con il paziente si approfondiva, proprio perché la profondità in quello che si fa viene dal riguardo, dall’umiltà e dalla capacità di sentire che passa, in definitiva, attraverso il cuore e la disposizione d’animo.

Per integrare un modello diverso, per comprenderlo e farsi compenetrare, bisogna fare spazio tra orgoglio, vanità, convinzioni, paure, rigidità mentali e posturali, perché ogni nuova conoscenza, per non restare mera idea teorica appesa in alto e in superficie, deve circolare libera da ostacoli come il sangue, simbolo di vita e di energia vitale che scorre nel corpo, che nutre in ogni distretto corporeo.

Il gesto terapeutico dell’Osteopata, ma vale anche per molte altre discipline, può sembrare un gesto magico, e può anche darsi che lo sia, però, la vera magia risiede nella disponibilità nel mettersi a nudo in maniera sincera e franca nell’incontro, con sé e con l’altro, nel coraggio di cimentarsi, e nell’amore, proprio come accade in natura, quando, grazie a un incontro, un nuovo spazio creato, si genera una nuova vita.

Ti chiamerò io in una data e orario, fra quelli disponibili, da te scelti.

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