La sopraffazione si manifesta con la violazione della libertà, con la costrizione dell’espressione culturale e del movimento in ogni sua forma. Attraverso la limitazione si costringono il movimento fisico, il pensiero e i sentimenti. E come sappiamo, tale limitazione, nel tempo, non può portare ad altro se non a eclatanti problemi umorali, comportamentali e fisici, così come a clamorose e rumorose manifestazioni di protesta. Ne sono un esempio estremamente attuale le migliaia di casi di violenze domestiche, suicidi, femminicidi, depressione, ansia, disturbi alimentari, registrati come conseguenza delle forti restrizioni delle libertà personali adottate per limitare la diffusione pandemica di un virus. Così come protesta un corpo, attraverso la propria sintomatologia fisica, e uno spirito con i vari disagi emozionali, nella costrizione si ribella anche lo spirito di un corpo sociale e comunitario.
Cresce e si struttura la fisicità di un bambino attraverso il movimento, il corpo e il pensiero si sviluppano grazie alle relazioni, alla lettura, allo studio, alla ricerca e all’attività fisica. Cresce e si struttura la sua capacità intellettuale e relazionale grazie allo scambio che realizza nella dimensione sociale, tessendo rapporti con i propri simili, incontrandoli. Cresce e si struttura in lui la solidità emozionale attraverso il vivere quotidiano del sentimento: muovendosi, conoscendo, amando e realizzandosi. Il bambino in una condizione di libertà espressiva diventa adulto perché libero di essere se stesso. Un bambino cresciuto secondo questi principi sarà un adulto che creerà una società non oppressiva, una società quindi che non avrà bisogno della rivoluzione. L’essere umano per diventare uomo e donna necessita fondamentalmente di libertà di movimento, di libertà espressiva. Libertà che l’adulto ha il dovere morale di salvaguardare.
Ogni forma di limitazione fisica o culturale protratta nel tempo e nel modo produrrà, a vario livello, deficit dello sviluppo ai danni di tutti coloro sui quali viene esercitata: bambini, adulti e anziani. Laddove c’è oppressione ci sono sofferenza, povertà e ignoranza. È la storia a dimostrarcelo.
Non dobbiamo, quindi, chiamare “rivoluzionario” chi compie o guida una rivoluzione per sovvertire un potere a vantaggio di un altro potere. Mi sembra essere un’interpretazione ormai superata. Nel tempo in cui viviamo, in cui molto è possibile, in cui si avrebbero a disposizione conoscenze e strumenti per risolvere gran parte delle problematiche dell’uomo, della società e del pianeta, e che si sceglie di non utilizzare, è rivoluzionario colui che si concede, nonostante una profonda credenza, strutturata nel tempo dall’informazione e dagli organi preposti alla formazione dell’individuo, la possibilità dell’esistenza di una diversa interpretazione della realtà, di un’altra narrativa rispetto a quella alla quale ha creduto fino a ora, e nella quale ha riposto tutta la fiducia. La narrativa è quello in cui crediamo, e che ha generato il substrato culturale che ha partorito la capacità interpretativa della realtà, fornendone gli elementi essenziali. È il pensiero lo strumento ideativo e creativo della vita.
Per questo ritengo che “pensare liberamente” sia il vero atto rivoluzionario, poiché richiede un movimento di distacco dal pensiero vigente e dalla logica dominante. Pensare è creare uno spazio. È prendersi una pausa, valutare, soppesare e avere la libertà spaziale e temporale per generare una riflessione. Uscire dal giogo dell’ideologia e della narrativa proposta per andare oltre, per immaginare altro: questo per me è pensare!
Come afferma il professor Mauro Scardovelli, nel suo libro L’amore è un’azione, pensare significa ragionare, “andare alla ricerca della causa”.
Il cambiamento è una metamorfosi che trova spesso origine nelle crisi, e noi stiamo vivendo un momento storico in cui la crisi si è addirittura palesata su diversi fronti: sanitario, sociale ed economico. Andare verso il cambiamento non è quindi solo rivoluzionare la vita, ma trasformarla interamente attraverso l’evoluzione del pensiero del singolo individuo e della società intera. Solo pensando diversamente potrebbero crearsi le condizioni per far emergere soluzioni diverse. Solo accettando l’idea che qualcosa potrebbe cambiare che, addirittura lo status quo potrebbe essere rivoluzionato si potrà concepire un mondo nuovo. Prendo a prestito, per esprimere questo concetto, una frase di Jean-Jacques Rousseau presente nell’Origine della disuguaglianza dove dice che “occorre rassegnarsi a perdere da principio qualcosa per guadagnare molto in seguito”.
Per una nuova umanità, se veramente desideriamo una nuova umanità, perché di questo si tratta, e se riusciamo a immaginare cosa possa essere una nuova umanità, e cosa questo possa comportare, o chiederci di fare e di non fare, “abbiamo bisogno di un umanesimo rigenerato che attinga alle sorgenti dell’etica: la solidarietà e la responsabilità presenti in ogni società umana. Essenzialmente un movimento umanistico globale”, come ha ribadito il filosofo francese Edgar Morin. Una società che abbia un pensiero e un intento comune come la salvaguardia della libertà individuale e del pianeta nel quale viviamo. Infine, come dice Morin, nella stessa intervista all’“Avvenire”, “servirebbe una coscienza planetaria dei destini dell’umanità”.