Tanto è stato detto e scritto, e tanto verrà detto e scritto nei prossimi anni, sulla libertà. Autori, filosofi, politici e pensatori hanno cercato di capire cosa potesse voler dire parlare e vivere di e con libertà. Non vi è giorno in cui la libertà non sia un tema di scottante attualità.
Libertà da o libertà di? Ci chiede Erich Fromm nel suo libro Fuga dalla libertà, ed è come se lanciasse un sasso nello stagno, aspettando di vedere quale movimento di pensiero provocherà, se dei cerchi concentrici ripetuti senza sfogo o dei cerchi che si susseguono e si sovrappongono verso un orizzonte nuovo, verso il centro del lago, dell’essere, nella speranza che sia sempre e comunque un movimento che porta evoluzione.
C’è stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui gli uomini si sono battuti con ardore, fisicamente e moralmente, per difendere la libertà. Un tempo in cui, addirittura, è stato sancito in maniera tangibile, attraverso la redazione di una carta costituzionale, il modo in cui preservare nel futuro le libertà individuali, mantenendo intatti i princìpi e i fondamenti alla base dell’intera società. Quella carta costituzionale rappresenta un sostegno reale alla società, tramite la tutela delle libertà individuali.
Nel presente in cui viviamo, non solo non siamo pronti a combattere né per noi né per gli altri, e non siamo pronti a sacrificare la nostra vita e il nostro tenore di vita per avere più libertà per tutti, ma, e questo a mio avviso è l’elemento più drammatico, non sappiamo neppure cosa voglia dire libertà.
Perdendo il senso letterale e simbolico di questa parola – proprio perché non la conosciamo, non la cerchiamo, non la difendiamo e non ci rendiamo conto di esserne privati – potremmo finire per perdere di vista l’importanza della libertà nel quotidiano relazionale e realizzativo della società in cui viviamo. Se, come dice il filosofo Isaiah Berlin, “l’essenza della libertà risiede nella capacità di scegliere cosa si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta”, la vita che viviamo, considerando la vita come la libera scelta di autodefinirsi, anche al di fuori dei canoni dettati dalla cultura in cui siamo immersi, è molto lontana dalla vita che potremmo vivere se fossimo consapevolmente e praticamente liberi di viverla. Vivere una vita priva di libertà significa non vivere la propria vita. Sia in termini di libertà interiore che di libertà esteriore: due libertà, tra l’altro, che non andrebbero mai separate l’una dall’altra.
Una vita priva di ricerca e di difesa della libertà propria e altrui è ancor più perdita di libertà, perché in una vita libera, la libertà è per tutti, o almeno cosi dovrebbe essere, faro e ideale. E senza un ideale a cui tendere, la vita si smarrisce. In quello smarrimento viene facilmente consolata da illusori surrogati di libertà. Ed è proprio in quel preciso momento, cioè quando si instaura la convinzione di essere liberi senza esserlo davvero, che si perde definitivamente la possibilità di essere liberi. Almeno fino a quando quella privazione non faccia insorgere abbastanza sofferenza da far provare la sensazione di perdita e il desiderio di riconquistare la libertà.
Quella sofferenza si potrebbe definire, a tutti gli effetti, l’unica possibilità di risveglio. Per riprendersi la libertà, per ricomprenderla, sembra essere necessario prima perderla per poi soffrirne. Ed è allora, solo allora, che potranno nascere spontaneamente movimenti di aggregazione sinceri, capaci di ridefinire e far riscoprire una nuova forma di libertà. La libertà interiore può essere vincolata da ferite emozionali passate che hanno lasciato cicatrici indelebili e hanno minato la solidità emotiva e, di conseguenza, la capacità a relazionarsi con sé stessi e con gli altri. Quelle cicatrici, proprio come avviene nel corpo, restano visibili. La libertà esteriore invece può essere, a torto o a ragione, limitata da una politica oppressiva e restrittiva, oppure, se non proprio limitata, almeno orientata. Come si legge, infatti nell’enciclopedia Treccani, “libero è colui che non è soggetto al dominio o all’autorità altrui, che ha facoltà di agire a suo arbitrio, senza subire una coazione esterna che ne limiti, materialmente e moralmente, la volontà e i movimenti.”






