Le scelte politiche fatte in nome della tutela della nuda vita del singolo individuo e dell’intera comunità, in un tempo di crisi sanitaria, sociale, politica ed economica come quella che stiamo vivendo, dettate quindi da una condizione di emergenza sanitaria straordinaria, rischiano di non prendere in conto gli aspetti fondamentali della salute, che sono cardinali per lo sviluppo dell’essere vivente e della comunità all’interno della quale esso vive.
Tra questi ci sono la socializzazione, la libera partecipazione alla vita comunitaria, l’autonomia relazionale, professionale e artistica, l’autodeterminazione culturale e spirituale, la sovranità, l’uguaglianza e, senza dubbio, il libero accesso a scuole, città, teatri, cinema e palestre. Luoghi ed elementi erroneamente o superficialmente definiti non essenziali. La definizione di non essenzialità, responsabile delle scelte politiche che perlopiù si traducono in privazione o violazione delle libertà personali, nasce probabilmente dal non sapere e dal non conoscere, e per questo non riconoscere, l’importanza che i fattori sopra citati assumono per la crescita e lo sviluppo dell’individuo e della comunità. Componenti che, e lo riportano i più emeriti report internazionali, contribuiscono in egual modo alla salute fisica e psichica. Nel tempo, il proibizionismo inteso come strategia pedagogica e politica si è dimostrato, non solo fallimentare per la costruzione e l’evoluzione della società, ma anche umiliante per i membri della società stessa. Proibire con la forza o con il ricatto acuisce il desiderio dell’oggetto vietato, creando tensione e producendo malcontento e frustrazione.
A questo proposito mi tornano in mente le parole del medico e scrittore statunitense Patch Adams, famoso in tutto il mondo per le sue idee rivoluzionarie in campo medico, quando dice che “la salute si basa sulla felicità”. Questa parola apre sicuramente uno scenario indefinito e difficile da stabilire, che però ognuno di noi può perseguire con consapevolezza e desiderio, visto che, come dice lo scrittore H. Jackson Brown Jr., “la felicità è una forma di coraggio”, e la vita sicuramente non rallenta aspettando chi, trincerato dietro un velo di illusione e mediocrità, indugia nel vivere appieno per paura di perderla.
Quando non si riconosce l’importanza di tali fondamenti è molto facile privare e negare, con un’imposizione, tutto a tutti in maniera indiscriminata, in nome di una mera salute biologica. Come se fosse possibile vivere e godere di una vita biologica senza poter vivere e godere anche di tutto il resto. Come se la qualità della vita potesse essere misurata unicamente in base al numero degli anni vissuti, senza contare cosa in questa vita e per questa vita sia stato fatto, vissuto, desiderato, sperimentato, amato, cercato e trovato. Uomini, donne, bambini e anziani sono oggi privati della possibilità di arricchire la propria vita vivendola liberamente. Cito volentieri in proposito il maestro J.J. Rousseau che, in Émile, o dell’educazione, dice che “non è questione di impedire la morte, ma quanto di favorire la vita (…). L’uomo che ha vissuto di più non è quello che ha contato più anni, ma quello che più ha sentito la vita”.






