La sera in cui ho finito di scrivere il mio ultimo articolo, intitolato Domani, ero da solo in terrazza, tra gli alberi da frutto in vaso e i fiori non ancora sbocciati, ben coperto ma infreddolito, a fumarmi un sigaro. Stavo seduto sulla panchina di legno, che ho posizionato tra le erbe aromatiche e le piante grasse, cercando di fare spazio tra i pensieri e rilasciare le tensioni emotive depositate sul corpo. Osservavo le macchine, i cani al guinzaglio, i passanti in bicicletta, le luci della notte, i rami degli alberi, i gatti che attraversavano svelti e il treno in lontananza che entrava nella galleria. Ascoltavo il rumore del torrente che scorre sotto al giardino davanti casa. E’ interrato, quindi corre dentro un tubo producendo un suono metallico molto diverso da quello che emette quando è nel proprio letto a cielo aperto. Stavo vivendo una situazione ideale, confortevole, anche perché, dopo una giornata intera dedicata alla professione e alla famiglia, mi prendevo uno spazio per me. Osservavo gli effetti prodotti dall’essere in contatto con l’esterno che vivevo e vedevo e con il mio interno che percepivo, soprattutto a livello di emozioni e quanto questo producesse rilassamento e presenza.
La fretta, la concitazione e il turbamento quotidiani portano il corpo e la mente a contrarsi. La rincorsa senza sosta alla gratificazione materiale immoderata, la ricerca estenuante del consenso, il desiderio sfibrante e senza tregua di ricolmare ogni momento della nostra vita di attività, di parole, di cibo, di informazioni, di suoni, creano nella nostra struttura fisica, psichica ed emozionale, un’attivazione costante che progressivamente, produce uno stato tensivo generalizzato con perdita della capacità percettiva e contenitiva. In questa condizione ne risentono in particolar modo la fluidità del movimento, la circolazione energetica, quella del sangue e degli impulsi nervosi, il ragionamento nella sua capacità e qualità, poichè viene a mancare un requisito essenziale ovvero uno spazio vuoto per la riflessione, per il raccoglimento, per il riposo, che si potrebbe produrre al contrario attraverso pause più frequenti e intervalli fra le varie attività che giornalmente svolgiamo. Quando questo non accade tra i pensieri e tra i tessuti si crea aderenza e attrito. Il corpo, per propria natura e fattezza, evidenzia e ci mostra quanto questo spazio vuoto, inteso come zona non contratta e pervia, sia fondamentale, invece, per la circolazione, la generazione e soprattutto la rigenerazione energetica, tissutale ed emozionale. E come esempio di spazio vuoto potrei citare lo spazio esistente tra due capi articolari nelle articolazioni, fra le viscere, tra le pareti di rivestimento di un nervo o di un vaso arterioso o venoso, tra i due emisferi cerebrali, tra due fasci muscolari o due meridiani della medicina cinese. Questo spazio vuoto può anche essere inteso come silenzio. Cito in merito a questo un passo tratto dal libro Il dono del silenzio di Thich Nhat Hanh dove l’autore scrive: “La bellezza ci chiama ogni giorno, ma raramente siamo nella posizione di ascoltare. La condizione essenziale perché possiamo sentire il richiamo della bellezza e rispondervi è il silenzio. Se non abbiamo il silenzio dentro noi stessi -se la nostra mente, il nostro corpo, sono colmi di rumore -non possiamo udire quel richiamo”.







Una risposta
(Talmud – Le massime dei padri)
: “Se io non sono per me, chi è per me? E, se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?”